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In Commenti on 17 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 06 - 17 febbraio 2012

Leggete il nuovo articolo, intitolato:  A ciascuno i meriti suoi. Lo troverete in edicola su Centonove di questa settimana.

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La storia del presente e del futuro

In Commenti on 17 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 05 - 10 febbraio 2012

Non è una recensione, impossibile in questo spazio telegrafico di commento, ma un omaggio all’impegno profuso da Caterina Ciolino nella cura di un vero e proprio trattato su «Frammenti e memorie dell’Ordine di Malta nel Valdemone». L’orditura delicata con la quale ha raccolto e riproposto una storia oggettuale potrebbe forse sintetizzarsi con l’immagine di quel damasco verde che le ha fatto pulsare il cuore, come spesso accade agli studiosi dinanzi ad imprevedibili scoperte. Emozioni che si scorgono nelle schede analitiche dei 47 autori che compongono il volume. Naturalmente non solo di tessuti si tratta, ma di circa duecento opere della cultura isolana, fra pitture, sculture, manufatti decorativi, che mettono in luce l’attività dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme nell’arco di nove secoli di storia. Politica, religione, operosità benefica e caritatevole a tutela della fede e rispetto dei poveri (Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum) riflessi dagli oggetti dell’arte melitense in Sicilia. È la riscoperta di un contesto colto, a lungo trascurato, affinché la definizione del passato non presenti ancora lacune. Nel Valdemone, ma non solo. Perché, a ben guardare, questa lettura minuziosa della realtà storica permette di rivendicare proprio l’unitarietà culturale delle tre Valli siciliane. Lo ha evidenziato incisivamente Gesualdo Campo. Addirittura consentirebbe di ridisegnare in modo più consono il futuro assetto amministrativo dell’Isola. Perché se  le province regionali saranno abolite, occorrerà immaginare una nuova e più appropriata ripartizione territoriale. La memoria insegna che le tracce geografiche delineate dai tre grandi percorsi fluviali – Salso, Imera, Simeto – segnavano i confini della Valle di Noto, di Mazara, e della nostra ubertosa Valle Nemorum. Oggi, come già i nostri predecessori, ci troveremmo a dover connotare in modo significativo la storia del presente e quella del futuro.

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Democrazia è interazione

In Commenti on 10 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 04 - 03 febbraio 2012

Lo spunto offerto da Oikos sulla democrazia della partecipazione permette di riflettere riguardo agli strumenti con i quali potenziare le carenze della democrazia rappresentativa, piuttosto che rimpiazzarla. Jean-Jacques Rousseau nel «Contratto sociale», criticando la democrazia indiretta dell’epoca, evidenziava che il popolo non dovrebbe mai smettere di esercitare il suo potere, ma continuare a governare attraverso coloro che ha delegato a rappresentarlo. Questa idea é uno dei fondamenti dell’odierna concezione di democrazia, giacché oltre alla rappresentanza politica non può mancare la diretta partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini. Il nodo cruciale da sciogliere è tuttavia il coinvolgimento della cittadinanza ai momenti di confronto democratico. In teoria, infatti, le pratiche partecipative si rivolgono senza distinzioni a tutta la cittadinanza, ma in realtà solo una esigua minoranza è disponibile al pubblico dibattito. Quando la Sede istituzionale si apre, i più si dimostrano restii a varcarne la soglia. Cosicché la parola rimane ai militanti dei partiti, agli attivisti dei movimenti, agli appartenenti alle reti amicali. Si autoescludono molti professionisti serrati in studio, la maggioranza delle donne occupate in famiglia, e la maggior parte dei giovani che differentemente impiega il tempo libero. Per questo, nell’ambito dei processi decisionali di governo del territorio, occorrerebbero azioni mirate di coinvolgimento. Così da offrire migliori occasioni per discutere, in modo equilibrato e propositivo, le poliedriche posizioni presenti nella società. Sarebbe necessario incentivare una comunicazione caratterizzata da processi di feedback. Vale a dire, istituire canali non solo informativi, ma anche di ascolto. Una interazione permanente – e non occasionale – è certamente una soluzione percorribile.  Palazzi con porte e finestre, ma soprattutto con pareti trasparenti.

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Dare senso alla città del Novecento

In Commenti on 5 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 03 - 27 gennaio 2012

È promettente “Officina delle idee”, risoluta a rimarcare il valore della città ricostruita col Piano Borzì, quale manifestazione di coscienza diffusa e condivisa. Ed è altrettanto incoraggiante l’Ordine degli architetti, impegnato in un programma per sensibilizzare gli studenti di alcune scuole superiori di Messina sul concetto di conservazione, partendo dalla Galleria Vittorio Emanuele III come uno dei monumenti più rappresentativi del Novecento. Soltanto a giugno del 2005 questo centrale punto d’incontro e relazione è stato restituito a nuova vita. Oggi sembra che l’intervento di restauro non sia mai avvenuto. Tre anni di lavori filologici hanno dimostrato che, nella città delle incompiute, è possibile portare a termine le opere intraprese. La ragione sta in un progetto veramente partecipato: grazie all’impegno del Comune, ad innumerevoli dibattiti pubblici, alle campagne d’informazione, alla piena disponibilità della proprietà privata. Tutto, per il recupero della memoria civica. Nondimeno l’amministrazione comunale di questi ultimi anni non ha saputo gestire il vantaggio di possedere un prestigioso “salotto urbano”, favorendo la vitalità dei locali pubblici interni. Le cancellate di chiusura dovevano garantire la salvaguardia dal vandalismo degli sconsiderati. Ma non si è provveduto ad una adeguata sorveglianza diurna e notturna dei luoghi; a perseguire ogni illecita devastazione; né ad attuare un conveniente piano di ordinaria manutenzione. Eppure è un obbligo di legge, poiché il Palazzo della Galleria – e non solo lo spazio vetrato di attraversamento – è sottoposto a vincolo di tutela per le valenze plastico-decorative che lo caratterizzano sia all’interno che all’esterno. Lo dimostra la recente presenza di Patrice de Moncan, autore di pubblicazioni sui “passages couverts” in Europa. Allora, volendo parafrasare il titolo di un suo libro, chiediamo: «A chi appartiene Messina?».

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Biblioteche. Come andar di notte

In Commenti on 29 gennaio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 02 - 20 gennaio 2012

La nostra memoria storica è stata messa in cantina esattamente in coincidenza col centenario del terremoto. Ho provato a fare notare all’amministrazione del tempo che forse occorreva trovare una soluzione diversa, ma le elezioni a giugno del 2008 hanno mutato il panorama politico. Così non solo le biblioteche – 80mila testi della Cannizzaro e dell’Archivio storico – ma persino i bibliotecari sono stati relegati per anni in un seminterrato, con afrore di muffa che si avvertiva già dalla strada. Quando il caso è affiorato nelle cronache giornalistiche , a rilento si è provveduto a traslocare persone e patrimonio librario nella nuova sede del Palantonello. Ma senza alcun progetto preventivo. Nel Beaubourg cittadino sarebbe stato invece lecito applicare un inedito modello di gestione. Varando, per esempio, un polo bibliotecario al passo coi tempi. All’estero la Public Library va trasformandosi in Community Center, perché, oltre a dispensare cultura, tende ad offrire servizi sociali. Ciò equivale a modulare nuove soluzioni riguardanti offerta, spazi, attrezzature. In queste biblioteche comunali si possono consultare testi cartacei, ma anche digitali. I non vedenti ascoltano audiolibri. I ragazzi scoprono le lingue del mondo, godono di tanta musica, guardano film e documentari. Visto che la società multietnica è in espansione, c’è chi segue i programmi satellitari del proprio paese. Gli anziani trovano informazioni su peculiarità e terapie attinenti alle proprie patologie. Nell’area multimediale i giovani navigano gratuitamente in rete, socializzano con la playstation, compongono brani musicali utilizzando software elettronici come in uno studio di registrazione. Qualche esempio recente di questa evoluzione? Provate ad informarvi sulle biblioteche pubbliche di Livermore o di Amsterdam, o sul DOK Concept Centre di Delft… In fatto di cultura (e non solo), qui da noi, è notte tutto l’anno.

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Ognuno poi s’astenga dal mangiare…

In Commenti on 20 gennaio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 01 - 13 gennaio 2012

Questo sarà un anno di magro. Dovremo adattarci a pratiche di continenza ed aspirare a levità claustrali: leggerezza del corpo per librare alto lo spirito. Colgo, perciò, dalla Regola di S. Benedetto il nono punto sulla misura del cibo: «Come dice Nostro Signore:”State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano per l’intemperanza”». Per comprendere la morigeratezza di tanti predicatori basterebbe astenersi… dal crederci. Una “tranche de vie” emerge evidente a sgarbugliare le carte dei padri cassinesi di S. Nicolò l’Arena. Conservate nell’Archivio di Stato di Catania, documentano la cultura alimentare di alcune corporazioni religiose. La cucina dei Benedettini di S. Nicolò era proverbiale. Anziché gli usuali cinque piatti giornalieri, durante i pranzi delle solennità ben sette differenti portate bandivano la tavola. Il menù del primo dell’anno 1785 fu proprio di magro (come quello degli italiani quest’anno di crisi). Cadendo di sabato giorno d’astinenza, per volontaria rinuncia fu del tutto esclusa la carne. Il pasto si aprì con gamberi e pesce spada. Seguirono una minestra di pasta con pesce e per secondo merluzzi e pesce luna, che i cuochi del convento cucinavano come pochi monsù. Una delicata salsa di erbette ed alici condiva le pietanze. Ogni frate per monastica consuetudine «mangiava come se non mangiasse, beveva come se non bevesse», mentre il Lettore settimanario dal suo pulpito biascicava la Regola. Per “Quarta cosa” fu servito cavolo bastardo arricchito da tonnina, cioè filetti di tonno messi in salamoia e poi essiccati al sole. Per “Quinta cosa” due uova a testa. Per concludere Dolce di crema, verosimilmente un bianco mangiare, e le deliziose mele coltivate nell’orto. A fine pasto la “Foglia”, secondo l’uso di sgranocchiare ortaggi crudi per pulire i denti e facilitare la digestione. Visto? Mangiamo la foglia ed intendiamo anche noi il significato di siffatta temperanza, ne avremo bisogno.

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STUpefacente Tirone

In Commenti on 13 gennaio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 49 - 23 dicembre 2011

È noto il rifiuto della città storica da parte di Le Corbusier. Nei disegni per il Plan Voisin di Parigi una vasta zona della “rive droit” della Senna avrebbe dovuto essere demolita per elevare 18 grattacieli cruciformi svettanti nel verde. Per LC l’esistente rappresentava un ostacolo alle nuove esigenze d’igiene edilizia e fluida circolazione del traffico. Corbu aveva torto e si è ricreduto con la Carta di Atene. Ma il suo credo ha cambiato il modo di concepire l’habitat, quale razionale rinnovamento della città moderna aperta a spazi verdi e liberata da quinte incombenti su strade rettilinee. Neppure frutto di mezza idea è, al contrario, il mediocre progetto di fattibilità della Stu-Tirone. Solo colate di cemento e scarsa sensibilità per le preesistenze storiche di una delle amene colline (con l’Oliveto, la Guelfonia, la Caperrina) che facevano appellare Messina «città de’ quattro colli». Si è istituita la Stu per adempiere alla riqualificazione di un’area nodale, che pur tuttavia versa in stato di degrado sociale ed urbanistico. Un’area centralissima, qualificata dalla limitrofa presenza dell’Università, del Tribunale, di monumenti della ricostruzione come la chiesa del Carmine di Bazzani o la circolare piazza del Popolo di Basile. Appropriata idea da sostenere per il Tirone sarebbe la creazione di uno stupefacente polmone verde, un cuore collinare panoramico, di grande attrazione per il suo significato storico-urbanistico. Ha preso nome da Ierone, tiranno di Siracusa, che l’occupò nella lotta contro i Mamertini. Teatro della guerra del Vespro. Luogo del Noviziato dei Gesuiti e di artistiche chiese. Una perspicace valorizzazione dell’area permetterebbe il recupero di questo frammento di memoria decontestualizzata. Così accadrebbe, solo se si evitassero operazioni edilizie di rovinoso impatto ambientale, poiché le logiche del “project financing” non possono essere quelle della comune speculazione edilizia.

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Diffondere esperienze ed immagine

In Commenti on 24 dicembre 2011 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 48 - 16 dicembre 2011

«L’Adorazione dei pastori» del Greco, da Palazzo Barberini di Roma al Museo regionale di Messina, è la dimostrazione che ad organizzare, con criteri di adeguatezza ed efficienza, le risorse di cui si dispone è possibile raggiungere traguardi altrimenti impraticabili. La sala al momento privata dei due capolavori di Caravaggio è stata rilanciata grazie a un dipinto pregevole, risultato della collaborazione sinergica fra le istituzioni. Questa mirata politica di prestiti permetterà di rafforzare, in noi, la consapevolezza che il patrimonio artistico siciliano va fatto apprezzare in Italia e all’estero. Una rinuncia temporanea può, infatti, contribuire a rinsaldare relazioni, con l’effetto di una ricaduta in termini di benefici culturali ed identitari. È il caso delle due tele di Caravaggio: la “Resurrezione di Lazzaro” concluso il restauro sarà in mostra nella capitale a Palazzo Braschi e “L’Adorazione dei pastori” è oggi esposto con successo al Museo Puskin di Mosca. Con queste opere la fama di Messina varca lo Stretto ed affinché non rimanga fine a se stessa occorrerebbe saper mettere a frutto tali occasioni di visibilità, così da diffondere al meglio esperienze ed immagine. A fare da contesto al piccolo gioiello del Greco sono le Natività meno conosciute ma ugualmente ammirevoli delle opere di proprietà che fino a tempi recenti hanno impreziosito il museo. Infatti, nonostante il progressivo trasferimento delle raccolte storiche nella nuova sede di cui si attende l’apertura, le sale espositive riescono a non apparire tristemente sguarnite. A proseguire la visita non si rimane per nulla delusi, ma incuriositi da significativi inserimenti. In un certo senso sembra prefigurarsi l’idea di uno spazio vitalizzato da ricorrenti mostre temporanee, che potrebbero trainare una rilevante fascia di visitatori. A patto che l’ex filanda Mellingoff, in futuro, fosse destinata a questo scopo.

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Quando il sapere è legato al fare

In Commenti on 17 dicembre 2011 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 47 - 09 dicembre 2011

Dopo anni di politica essente e partecipazione sociale pressoché nulla, la crisi sembra  logorare il velo della sfiducia e convincere a rimboccarsi le maniche. Questa è una città che ha ripetutamente dato prova della capacità di ricostruirsi, fisicamente e moralmente, nonostante abbia subito la sorte avversa della natura. Ha visto sparire i suoi monumenti d’arte e il suo tessuto urbano di trama minuta sotto la furia dei terremoti. Ma queste drammatiche esperienze in futuro potrebbero costituire un elemento d’interesse culturale e scientifico. Ciò significherebbe far risaltare i frammenti della storia, contestualizzati all’interno della città nuova, eclettica e novecentista, qual è Messina della ricostruzione. Ma le stesse strutture pubbliche e private comprese nel piano Borzì, alla prova dei fatti, mancano di una vera prospettiva di valorizzazione. In realtà Messina potrebbe degnamente proporre il suo “Museo diffuso del Novecento”. Architetture e spazi urbani sono, infatti, beni oggettivi da conservare e promuovere, mettendo in evidenza i luoghi dell’arte, ma anche quelli del lavoro, degli scambi commerciali, della religiosità, della relazione. Luoghi antropizzati, perciò; ma anche luoghi naturali come, ad esempio, il parco biologico dei Peloritani. Ne scaturirebbe un Museo del territorio a costo zero: vuoi frutto del rispetto della cittadinanza nei confronti di una risorsa oggi misconosciuta, vuoi prodotto dell’attenzione amministrativa nel respingere certe proposte speculative.  Ne risulterebbe una città “tutta da scoprire”, potendovi tessere intorno una serie di occasioni sinergiche di crescita, attraverso una sorta di “file rouge” in grado di legare insieme programmi e progetti in un continuo processo di feedback tra sapere e fare. Ha proprio ragione Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore per i Beni culturali, quando sostiene che per la valorizzazione storico-artistica del patrimonio non occorrono cifre enormi, ma la condivisione di progettazioni, iniziative e gestioni. Qualcuno anche qui da noi comincia a pensarla così. Incontriamoci. centonove.heritage@experiences.it

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A Messina un ticket per il turismo

In Commenti on 10 dicembre 2011 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 46 - 02 dicembre 2011

La rifunzionalizzazione di tutti i settori economici sarà indispensabile per la ripresa di questa nostra città. Il comparto turistico non va sottovalutato. Appunto per questo, occorre predisporre piani di marketing e sviluppare attività di comunicazione, al fine di utilizzare al meglio come «prodotti turistici» le risorse culturali e naturali. Il solo scenario dello Stretto è sufficiente a capacitarsi della grande potenzialità disponibile. Obiettivo è incrementare il turismo motivato, propenso a prolungare la permanenza ed incrementare gli acquisti. Un ospite che sosta più giorni spende in negozi, ristoranti, alberghi. Spende in mostre, musei, aree archeologiche. Dunque, restituisce al territorio, sotto forma di corrispettivo economico, parte delle risorse che ha consumato. Esistono procedure scientifiche grazie alle quali mettere in relazione i bisogni biologici ed energetici della popolazione e la capacità di un territorio di soddisfare queste esigenze. Analisi rigorose permettono di calcolare lo spazio necessario per la migliore vivibilità ambientale. Se tali calcoli sono validi per la popolazione di una località, lo sono altrettanto per i non residenti che la visitano. Riguardo alle città d’arte, sostenibilità ed impatto turistico sono oggetto di osservazioni e controlli. La soluzione di ritorno, da parte di molte amministrazioni locali, è quella di prevedere una tassa di soggiorno. Anche a Messina sono state avviate le procedure per istituire questa city tax, a carico dei fruitori delle strutture ricettive cittadine. Il gettito è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali, nonché dei relativi servizi pubblici locali. La Regione siciliana non introdurrà tali provvedimenti prima del luglio 2012, ma per Messina risulteranno inutili, se non dannosi. Le entrate saranno, infatti, esigue; per cui il turismo andrebbe promosso e non frenato con tasse discutibili. Anziché imporre un ticket di accesso alla città sarebbe più opportuno massimizzare le vendite. Nulla da inventarsi. Basterebbe impiegare sottili metodologie di customer satisfaction; semmai, svilupparne di più convincenti.

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