Favelas di Messina


RISANAMENTI A CONFRONTO. Da San Paolo alla città dello Stretto. Nello stato brasiliano il dipartimento all’urbanistica ha messo in piedi una imponente struttura per togliere dal degrado la popolazione. Che collabora. Le testimonianze su un modello da seguire. 
 
Il sindaco di Osasco, nello stato brasiliano di São Paolo, non si chiama Giuseppe Buzzanca, ma Emídio Pereira de Sousa. In verità, Buzzanca non ha neppure le sue pesanti incombenze,  non dovendo amministrare una città di quasi 715 mila abitanti.  L’unica cosa che i due sindaci hanno in comune sono le baracche. Ma il paragone non è neppure  proponibile, perché ad Osasco un quarto della popolazione vive nel degrado di quelle che tutto il mondo conosce come “favelas”. Cinque interi quartieri, un tessuto minuto fitto di vicoli impenetrabili e catapecchie. A Messina le baracche ci sono da tempo immemorabile e, benché tutti le vogliano eliminare, sembrano ormai connaturate al paesaggio. Ospitano (si fa per dire) più o meno 12 mila persone e sono 3336, oggetto degli interventi di Risanamento dello IACP.  Ad Osasco  l’operato tecnico è affidato al dipartimento di urbanistica della “Segretaria do Habitação e desenvolvimento urbano – SEHDU”,  struttura municipale sostenuta con i fondi, modesti ma sistematici, che provengono parte dallo Stato e parte dalle stesse casse comunali.  L’impegno finanziario in atto  (fatta la debita conversione dal Real) ammonta a quasi 49 milioni di Euro.  Saranno utilizzati in opere di urbanizzazione, approvvigionamento idrico e servizi igienico-sanitari, illuminazione stradale ed elettrificazione, per la nuova viabilità, per realizzare strutture ad uso della comunità. Serviranno a costruire 1200 abitazioni, di cinquanta metri quadri l’una, per coprire il fabbisogno di 19.000 persone. Ma anche per generare, con questi lavori edili, occupazione e reddito. Con tali somme, potrebbe sembrare il libro dei sogni. Per questo Osasco non è il paese di Bengodi, ma non è neppure Messina, dove i sogni sono riposti nel cassetto.  Lì non si trova l’elitropia, la pietra che rende invisibili, perché la miseria delle aree marginali è troppo reale per non accorgersene. La descrive Giovanna Piazzo, architetto conservatore, di ritorno dal Brasile, dove ha concluso uno stage di progettazione per conseguire  un master  in “Habitat e tecnologie di sviluppo”, organizzato dal Politecnico di Torino. Le è stato offerto di tornare,  per contribuire a realizzare il progetto sul quale si è impegnata. E’ un lavoro terribilmente complesso, di vera utilità sociale e gli abitanti partecipano alla trasformazione del proprio ambiente di vita. Straordinario: hanno fiducia nell’efficacia delle politiche di sviluppo. Noi a Messina siamo fortunatamente molto distanti dal vivere una simile condizione. “Tuttavia il problema esiste e presuppone non solo consapevolezza, ma adempimento di una volontà ferma e decisa”. E’ il convincimento di una persona come Peppino Magistro, anima vitale dei Circoli socialisti, che da oltre quarant’anni si batte perché le nostre aree degradate scompaiano del tutto.   A lui il compito di tracciare le linee salienti di un discorso apparentemente senza fine.
 
 
 ≪Cento anni di errori da recuperare≫. Parla l’ex presidente delle Acli, Peppino Magistro. Che sollecita il recupero dei fondi previsti dalla legge del ’90.
Peppino Magistro

“Nel marasma che si è creato a Messina in sessant’anni di errori e di negligenze, non è facile mettere ordine con un sol tocco di bacchetta magica, ma  certo occorre concentrare gli interventi nelle zone baraccate per una radicale eliminazione dei tuguri e una effettiva bonifica delle aree malsane ricadenti nel perimetro cittadino”.  A parlare è Peppino Magistro, al tempo presidente delle Acli, intervistato da un giornalista d’eccellenza come Sandro Rol. Solo un particolare salta all’occhio: il paginone della Gazzetta del sud che stiamo leggendo, ingiallito dal tempo, reca la data del 13 febbraio 1969. Titola su nove colonne: “La collaborazione tra gli enti indispensabile per facilitare l’operazione sbaraccamento”.  A conti fatti, ai sessant’anni di inadempienze di cui si parla, aggiungiamo i quaranta e uno che ci separano da quell’intervista.  La battaglia etica che Magistro, alla fine degli anni sessanta, già portava avanti era sostanziale. ≪Si parlava allora di eliminare le baracche da quartieri come Villa Lina, Annunziata, Villaggio Matteotti.  Le difficoltà erano enormi, perché in breve se ne costruivano di nuove. Non solo: le assegnazioni avvenivano in modo disorganico e c’era chi ne approfittava.  Un tale, pur avendo ottenuto un alloggio, se lo vendette e costruì una baracca a piazza Cairoli.  Poi si trasferì in Germania, ma  dovette rientrare, perché proprio in virtù del suo stato precario ottenere una nuova casa, che ancora una volta rivendette, per 500.000 lire≫.
Queste operazioni illecite continuarono per lungo tempo, fino all’approvazione della L.R. 10/90 . Su quale presupposti nacque?
≪L’idea era di mettere fine ad una concezione superata come quella dello sbaraccamento, per puntare a costituire un tessuto sociale omogeneo ed evitare ogni tipo di speculazione.  Fino ad allora i quartieri popolari avevano raccolto persone provenienti da varie parti della città. Le graduatorie erano compilate in base alla verifica di requisiti individuali, ma i punteggi non sempre erano oggettivi,  per spinte o minacce.  Con il  nuovo concetto di Risanamento si sarebbero bonificate specifiche porzioni di territorio, realizzando opere di urbanizzazione, servizi di quartiere e costruzioni idonee ad un vivere civile, ma assegnate agli abitanti della medesima area degradata.  Prevedere un punteggio personale non era più necessario≫.
Dalle Acli l’impegno sociale e politico è continuato nelle fila del Partito Socialista Italiano.
≪Fu allora, dopo lunghe lotte, che proposi  una delibera approvata all’unanimità dal consiglio comunale. Recepita in sede regionale, diventò  la L.R. 10/90 per il Risanamento. Recuperare le periferie urbane, questo era il valore principale della nuova legge.  Si puntava sugli ambiti più degradati, Camaro, Bisconte…  per sostituire le casette ultrapopolari o agricole, come quelle di Ritiro, considerate provvisorie sin dall’origine. “In attesa dell’assegnazione di un appartamento civile” così è scritto nei documenti rilasciati durante il fascismo. Eppure in quelle casette abitano ancora, perché il Risanamento non è stato completato≫.
Diciamolo chiaramente: cosa non ha funzionato?
≪Si è correttamente operato solo nei primi anni, fino al ‘95 o poco più. Poi venne a mancare la collaborazione fra i due enti preposti all’attuazione della legge: Comune e IACP. Sono insorte pastoie burocratiche e perdita dei finanziamenti regionali, spesso non previsti neppure nei bilanci annuali. E’ mancato il controllo per evitare il risorgere di baracche. Così come si è verificato che molti assegnatari non hanno corrisposto i dovuti canoni, con passivi comprensibili. Ma questa è cronaca recente≫.
Dalla legge regionale del ‘90 a quella del 2002 per finire alla legge 19/2005 art. 22.  Sono soltanto messe a punto di un percorso impervio.  Come trovare una soluzione definitiva?
≪Occorre, ovviamente, recuperare i fondi previsti della legge del ’90, ma non ancora corrisposti. Tuttavia, non sono d’accordo con la decisione di una ulteriore legge speciale per Messina.  Passerebbero anni prima che sia approvata, col pericolo non remoto dell’opposizione delle altre città siciliane. L’idea pratica potrebbe essere l’istituzione di una “Agenzia per le costruzioni e lo sviluppo urbano” composta da funzionari del Comune e dell’Istituto Case Popolari (che non avrebbe più ragione di esistere).  Una nuova struttura, con attribuzioni speciali, autonoma dall’amministrazione comunale, che vedrei presieduta dal Prefetto o, in alternativa, affidata alla protezione civile.  Il compito tecnico dovrebbe essere quello di attuare un piano di costruzioni definito nel tempo, urbanizzare le aree opportunamente progettate, utilizzare i finanziamenti pubblici e procedere secondo i piani approvati dalla Regione≫.

≪E’ forte la voglia di riscatto≫. L’architetto Piazzo spiega la sua esperienza ad Osasco. Migliaia di persone si mobilitano insieme ai tecnici con proposte e suggerimenti. ≪Sembra una grande famiglia≫. Il punto di forza? ≪Non saranno sradicati≫.

Giovanna Piazzo

≪Ad Osasco le persone – quelle che vivono nelle baracche e quelle che dalle baracche vogliono toglierle – non hanno un’alma pequeñas,  un’anima piccina.  Vogliono riscattarsi dalla miseria ogni giorno, anzitutto rendendosi partecipi della trasformazione che avviene a loro favore. Periodicamente vanno al SEHDU,  manifestano le loro necessità, discutono con i tecnici, che  intervengono rispetto a ciò che insieme si è stabilito. Spesso nell’arco di una settimana si risolvono i problemi minuti, ma non c’entra nulla il voto o la politica≫.
Insomma, di tutto hanno bisogno, ma non d’implorare l’assessore di turno, perché con i tecnici hanno il rapporto che noi abbiamo col medico condotto.
≪E’ una grandissima famiglia di migliaia di persone che si mobilita. Sono rimasta impressionata da un’assistente sociale impegnata con noi architetti ed ingegneri a condurre l’analisi urbana legata alla progettazione. Ricordava a memoria, nome per nome, i 1500 abitanti del suo ambito di lavoro.  Non credo sia stato così anche a Messina, rispetto a chi aveva casa a Maregrosso, prima che le baracche fossero abbattute≫.
I nostri insediamenti sono conseguenza di un evento traumatico, ma anche sono frutto di una continua rigenerazione.
≪In  Brasile è diverso. Dalla campagna si trasferiscono  in città per trovare lavoro e migliorare le condizioni di vita. Non avendo la possibilità economica di  una casa,  occupano il suolo pubblico, dove trovano posto. Le foto non renderanno mai la realtà dei canali di scolo non interrati, coperti soltanto con assi di legno o laniera. Non c’è protezione e il timore che i piccoli ci cadano dentro è condiviso. I bambini a piedi nudi giocano con i cani randagi in una sporcizia che non si può raccontare. Sul pendio delle colline si estende la favella. Chi vive nelle baracche sulla sommità è fortunato. Nella parte bassa non si vede mai il sole. Ombra perenne e umidità. Le uniche strade sono viottoli in terra battuta. Non ci arriva neppure un’ambulanza≫.
Un profilo urbano che non può reggere alcun paragone con Messina.
≪Da noi, pur nella sfortuna, chi abita in baracca fruisce di una condizione igienica che permette comunque di vivere ed ha alle spalle un’istituzione che potrebbe, con grandissima facilità, aiutarlo a superare il problema, ma non lo fa. Qui la burocrazia è molto più ingombrante di quanto non sia in Brasile≫.
La favela è, dunque, al centro dell’attenzione dell’amministrazione comunale?
≪Il SEHDU a passi molto piccoli sta riuscendo a fare tantissimo lavoro. Opera in maniera capillare, ovviamente con finanziamenti pubblici, che vengono utilizzati soprattutto per le opere di urbanizzazione laddove è possibile un recupero urbano. Ma il compito principale è di ridare una casa alla popolazione.  C’è grande interesse alla qualità architettonica del progetto. Realizzano una sorta di villette veramente piacevoli a vedersi, abbellite dal colore, elemento che si impone fortemente nel contesto. Dotate di vialetti e giardini privati, sono abitazioni molto piccole. Però ognuno è contentissimo di avere una casa autentica, provvista di servizi. Ciò che più conta è che le nuove edificazioni si trovano all’interno della stessa favella e nessuno è sradicato dal suo ambiente≫.
Il dipartimento di urbanistica si occupa  degli interventi. Come?
≪Attende i finanziamenti, che saranno spesi esclusivamente per i progetti programmati. Si iniziano i rilievi sul campo nella zona prescritta per residenza o servizi. Segue una progettazione partecipata, frutto dello stretto rapporto con la popolazione. Poi iniziano i lavori, con la graduale demolizione e l’immediata costruzione ≫.
Architettura partecipata, qui in Italia ha funzionato poco e niente.
≪Attraverso un rapporto diretto e continuo con noi stagiste italiane, con i tecnici e gli assistenti sociali,  la popolazione ha manifestato le proprie necessità. Siamo intervenute su di una fascia di rispetto lungo il fiume che attraversa la favela Y. Ci siamo attenute alle indicazioni previste dalla programmazione generale. Il nostro progetto per un parco lineare servirà a recuperare il rapporto con il corso d’acqua. Abbiamo previsto verde attrezzato, punti luce, una pista ciclabile, una strada pedonale con ponti di attraversamento per raggiungere l’area prospiciente già urbanizzata e servita. Abbiamo indetto una riunione e sono venuti i rappresentanti della comunità,  soprattutto donne. Hanno seguito attentamente la nostra proposta di progetto e sono felice di avere soddisfatto le richieste più sentite: campo di calcio per coronare il sogno di ogni bambino brasiliano ed una biblioteca per costruire un futuro migliore≫.

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