Niente più reazioni, né tantomeno azioni

Pubblicato su 100NOVE n. 35 – 14 settembre 2017

Una conferenza-dibattito, quella tenuta al Monte di Pietà su “La pratica dell’arte contemporanea a Messina”. L’excursus di Daniela Pistorino, presidente Anisa Messina e storica dell’arte, ha evidenziato i protagonisti e i momenti più significativi succedutisi sul palcoscenico locale dagli anni ‘50 ad oggi. Angela Pipitò ha illustrato l’attività della GAMeC “Lucio Barbera” della Città Metropolitana. Ma il compito del “provocatore” è spettato a Carmelo Celona, direttore della GAMM al PalaAntonello. Ha posto interrogativi e scosso coscienze. Se l’arte è l’espressione di un’epoca – ha domandato ai numerosi artisti presenti – quanto risente la vostra arte del luogo Messina o quanto lo ha condizionato? Ed inoltre – posto che, come diceva Camus, «l’arte contemporanea è tale se sceglie la morale ed esilia la bellezza»; di più: «L’arte dovrebbe darci l’ultima prospettiva della rivolta» – l’arte prodotta oggi da questa città, in questo scenario (sociale, civile, urbano e politico, generale e locale) fortemente disimpegnato, quale prospettiva di denuncia, di verità e di ribellione, rappresenta? Se, ancora con Camus, «l’arte interpreta il cambiamento e genera mondi nuovi, nuovi mondi di senso», cosa hanno generato le esperienze espressive dei contemporanei messinesi? Gli interventi, sicuramente disarmanti, non hanno fatto che confermare quanto critici come Baudrillard, Daney, Débray, prospettano nei loro studi sul crescente scollamento fra realtà e arte. È l’età proliferante di simulacri svincolati dai loro referenti. S’è posto fine alla rappresentazione, scegliendo un’arte fondata piuttosto sul rapporto di alterità rispetto alla realtà. La grammatica e la pragmatica della visione artistica hanno trasformato lo sguardo sulla realtà in un’immersiva “modalità dell’ascolto”. Non ci sono più reazioni, dunque. Né tantomeno azioni.

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Lavorare sulla cultura senza inseguire il gusto

Pubblicato su 100NOVE n. 34 – 7 settembre 2017

C’è bisogno di cultura. Cosa intendere? L’ultima volta che sono stato a Pisa, nel museo dell’Opera del Duomo eravamo quattro persone; ma dalle finestre vedevo brulicare nella Piazza dei Miracoli migliaia di visitatori presi a scattare foto nella posa spassosa di “sorreggere” la Torre pendente. Sto parlando di una città icona del turismo internazionale. Quale cultura, dunque? Personalmente sono per una conoscenza democraticamente diffusa. So bene che pochi fra quei vacanzieri sono interessati al tema dell’arcata cieca nell’architettura del romanico pisano; ma compito di chi si occupa di cultura non è nascondere la complessità del sapere, ma comunicarlo in modo semplice e interessante. Ho trascorso un bel pomeriggio con mio figlio a discutere sull’approccio ai problemi intricati escogitato da Richard Feynman quando era studente a Princeton. A volte la cultura è considerata pure noiosa. Benedetto Croce, in un saggio sui Teatri di Napoli, racconta di quel gesuita settecentesco che mentre predicava in piazza si vide sottrarre ascoltatori dalla comparsa di un Pulcinella. Ricorrendo anche lui a frizzi e lazzi da commedia dell’arte, il predicatore riuscì di nuovo ad attrarre il pubblico che via via stava dileguandosi. Croce non dice se il religioso abbia continuato poi a far riflettere sulla vita e sulla morte. Perché l’importante è non smarrire la linea dell’orizzonte, nel tentativo di calcare la scena a favore del pubblico. La cultura è sempre edificante. Ecco perché all’Entertainment è preferibile l’Edutainment, cioè quel trattenimento educativo che suole richiamarsi all’espressione latina “ludendo docere”, insegnare giocando. Divertire sì, non mancando di seminare e raccogliere frutti, come vuole l’etimologia della parola “cultura”. Conservare sementi. Sempre più. Per dare valore al presente e proiettarlo nel futuro.

Da noi la villeggiatura potrebbe continuare

Pubblicato su 100NOVE n. 33 – 31 agosto 2017

L’estate, dove l’avete trascorsa? A Leros nel Dodecanneso o alle Eolie? Avete imboccato i tornanti per Sarmizegetusa, capitale della Dacia o quelli che portano a Novara di Sicilia? Avete preferito il clima nordico dell’Estonia, del Baltico, della Scozia? Oppure siete andati alla ricerca di Kallipolis? Non Gallipoli, nella provincia di Çanakkale, sullo stretto dei Dardanelli e neppure Gallipoli in provincia di Lecce. Kallipolis in provincia di Messina, nell’entroterra della Valle dell’Alcantara in quel di Francavilla. A leggere le Storie della Sicilia scritte da Holm o da Freeman, la rammenteremmo. Così come ad ascoltare Maria Costanza Lentini o Giuseppe Restifo nell’incontro promosso dal Circolo Legambiente Taormina/Alcantara nell’ambito della campagna nazionale Salvalarte. È vero, c’è complementarietà tra fonti archeologiche e documentali. Ma anche col paesaggio o con le acque dello Jonio navigato da Teocle lungo la costa ubertosa che accolse la prima colonia greca di Sicilia. Chiamarono la nuova terra “Bella città”, questo significava Kallipolis nella lingua dei Calcidesi salpati dall’isola di Eubea. La fondazione risale al 734 a.C. e al 403 a.C. la distruzione, allorché Ippocrate di Gela fece guerra ai centri ionico-calcidesi della Sicilia orientale. Annientò la città e ne cancellò il nome dalla memoria. Ora che la temperatura tende a mitigarsi, è stagione ottimale per visitare gli scavi a Francavilla di Sicilia nel Parco archeologico di Naxos. Un Parco diffuso, a tutela di un comprensorio storico esteso tra Naxos, Taormina e Francavilla, un tempo così collegate da rappresentare una sola grande città: proprio Kallipolis. Nell’Antiquarium sono custoditi i suoi reperti e descritte le fasi dei rinvenimenti nella campagna di scavi condotta da Umberto Spigo. A volerlo, da noi la villeggiatura potrebbe continuare.

L’amaro racconto di un declino epocale

Pubblicato su 100NOVE n. 31/32 – 3 agosto 2017

Non amo le ricorrenze più di tanto; ma piace pensare a Tomasi di Lampedusa che, a sessant’anni dalla morte, su di una nuvoletta se la ride con soddisfazione. Ha sbertucciato tutti i detrattori. A cominciare dal conterraneo Vittorini che riteneva il Gattopardo «Vecchiotto» e ne respingeva la pubblicazione «nell’assoluta impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il programma dei “Gettoni” è ormai chiuso per almeno quattro anni». Fuori dalle scelte editoriali di Einaudi, e poi di Mondadori, grazie a Bassani e Feltrinelli il Gattopardo è ancora sulla bocca di tutti. Chi ricorda più il Dottor Zivago di Pasternak o Il tamburo di latta di Grass, capolavori di due Nobel, di quegli anni, toppati da Vittorini? Niente mitizzazioni: Il Gattopardo non è un’opera dal valore assoluto, lo sosteneva persino Francesco Orlando, che con Gioacchino Lanza, seguì le conversazioni letterarie di Tomasi, concepite come lezioni solo per loro due amici. Eppure quel romanzo – scritto da un autore appartenente «a una generazione disgraziata, a cavallo tra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due» – ha delineato un’epoca che tarda a rinsecchire. Il trasformismo gattopardesco, legato alla conservazione di potere e privilegi, si ripropone infatti nelle strategie degli ancora attuali salotti chiusi: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». A ben guardare, però, fuori dalle finestre qualche barlume c’è. Due giovani autori messinesi, hanno scorto una ventina di fuochi nella notte siciliana. Il Canepardo di Alessandra Rando ed Edoardo Lipari rintraccia risorse creative, raccoglie esperienze protese al cambiamento. Il Canepardo, dicono, è antagonista del Gattopardo: non diffonde decadenza ma positività e ottimismo. Se così fosse davvero, Tomasi di Lampedusa accrescerebbe la sua soddisfazione.

Fonte immagine: Tomasi di Lampedusa

La fortuna arride solo a chi crede nel futuro

Pubblicato su 100NOVE n. 30 – 27 luglio 2017

Guido Signorino utilizza la pagina Facebook in maniera compita ed efficace, con note informative dalle quali scaturisce il dialogo diretto con i follower. Nel ruolo di assessore al turismo ha postato la notizia del meeting sulle attività di benvenuto a terra dei croceristi, tra Comune di Messina, Autorità portuale, Corporate Tour Manager dell’Ufficio MSC di Ginevra e staff di accoglienza a bordo della nave MSC Meraviglia. Si è dato risalto al programma dell’ATM riguardante le linee dedicate agli itinerari d’interesse culturale verso i musei cittadini, i Forti umbertini, i lidi fino al Capo Peloro e le tappe enogastronomiche. Le nuove corse saranno fruibili sia dai turisti, per favorire la conoscenza del territorio, sia dai cittadini come attività di svago estivo. Con giusta soddisfazione, Signorino commenta che attraverso la presenza massiccia dei crocieristi si avvia il progetto di valorizzare le potenzialità urbane. «Per fare del turismo una fonte di sviluppo economico è adesso necessaria la realizzazione degli investimenti sulla promozione del territorio e sulla qualità dell’accoglienza, che l’amministrazione ha programmato e avviato a finanziamento». Bene. Suggerirei, però, uno step intermedio: tirare a lucido la città, restituendole il decoro che le compete. Questo perché, quando Messina rappresenta l’unico scalo dell’isola, dall’esperienza messinese i croceristi trarranno l’immagine dell’intera Sicilia. Per farlo – come Siddhartha, fuori del Palazzo paterno, recepisce la cruda realtà del mondo – occorre sforzarsi in un esercizio minimo: seguire la rossa segnaletica di terra e, perlomeno lungo i percorsi turistici, eliminare cassonetti, sporcizia, insegne inadeguate e imbrattamenti murari. «Luce e ombra sono due lati della stessa medaglia. Una non può fare a meno dell’altra. Sono indissolubili» (Hermann Hesse).

Fonte immagine: MSC Meraviglia

A domare i nostri roghi può aiutarci Camilleri

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Pubblicato su 100NOVE n. 29 – 20 luglio 2017

Il caldo asfissiante, l’acqua razionata, gli incendi dolo(ro)si, mi inducono a scrivere una nota un po’ più leggera, come quel ricciolo di cenere che si è posato sulla mia scrivania. Molti sentenziano: più che “arrestare” occorrerebbe “arrostire” gli insensati piromani che mandano in fumo ettari di bosco. Quale giusta legge del contrappasso. Potremmo rivolgerci a Lullina – dico io – la “picciliddra” che, strada strada con il nonno, ascolta le incredibili favole inventate apposta per lei. Questa mattina, però, Lullina è svagata e pensosa. Ha sognato un nanetto di giallo vestito, che le ha rivelato la formula magica per dissolvere qualcheduno nel nulla: «Si dicono sette parole mammalucchigne e si sparisce». Lullina muore dalla voglia di fare una prova. Pensate se, mentre pronuncia le sette magiche parole, gli incendiari sparissero in una fiammata al solo sfregare la loro minuscola capocchia di fiammifero. Non è certo questo uno dei tre finali alternativi che Andrea Camilleri ha imbastito per “Magarie”, il suo recente “racconto di incantesimi e magia” col quale torna a suscitare la curiosità dei bambini. Ma in tal senso potrebbe concepire un ulteriore epilogo, attento com’è ai guai amari della sua Sicilia. Camilleri ha pubblicato l’edizione illustrata di questa storia, riguardo alla quale rivelava nella passata edizione: «Scrissi la prima favola della mia vita tre anni fa e non per i nipoti, come la mia vantata e felice condizione di nonno potrebbe far pensare. Me la “commissionò” una cooperativa di detenuti ed ex detenuti: mi venne chiesta, espressamente, una favola amara. Io scrissi “la magarìa”. In un certo senso ci pigliai gusto e così, di tanto in tanto, mi capita di comporne qualcuna». Non ho letto la nuova versione, ma quella vecchia sì. Parola mia, vi posso assicurare che, quanto i roghi nostri, è amara assai.

Complicare è da tutti, semplificare è difficile

Duchamp
Pubblicato su 100NOVE n. 28 – 13 luglio 2017

Chi fa impara, chi vede ricorda, chi ascolta dimentica. Uso questo assioma di Bruno Munari, per continuare il discorso intrapreso sul tema dell’apprendimento. Munari sapeva usare un linguaggio chiaro e lineare per spiegare concetti complessi. Sapeva farlo perché interessato a conoscere la natura delle cose, per poi comunicarle nella loro essenzialità. Sorrido pensando che molti davanti ad un capolavoro d’arte contemporanea esclamano con stizza: «Questo potevo farlo anch’io!». Sottolinea Munari che l’espressione rimarca il non voler «dare valore alle cose semplici, perché a quel punto diventano quasi ovvie. In realtà quando la gente dice quella frase intende dire che lo può Rifare, altrimenti lo avrebbe già fatto prima». La semplificazione è frutto di una metodica ricerca. Per i più, complicare fa sembrare tutto più importante; mentre è semplificare l’impegno più difficoltoso. «Per semplificare bisogna togliere e per togliere bisogna sapere cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’è in più della scultura che vuole fare». Togliere, anziché aggiungere, configura il percorso verso l’essenzialità. Questo ha reso immortali Marcel Duchamp o Andy Warhol. La loro opera ha superato i confini del tempo, quando gran parte del lavoro di artisti, oggi sopravvalutati, scomparirà in un batter di ciglia. Con intelligenza è possibile semplificare. L’intelligenza è quel mezzo che tutti abbiamo a disposizione per esplorare il mondo esterno, per raccogliere e relazionare dati; quel mezzo per osservare, attraverso l’immaginazione, ciò che fantasia, invenzione e creatività permetterebbero di ideare, se decidessimo di usarle. «Non è la colla che fa il collage», diceva Duchamp, bensì la facoltà della mente ad unire i ritagli uno all’altro, come in un gioco di pazienza.