L’amaro racconto di un declino epocale

Pubblicato su 100NOVE n. 31/32 – 3 agosto 2017

Non amo le ricorrenze più di tanto; ma piace pensare a Tomasi di Lampedusa che, a sessant’anni dalla morte, su di una nuvoletta se la ride con soddisfazione. Ha sbertucciato tutti i detrattori. A cominciare dal conterraneo Vittorini che riteneva il Gattopardo «Vecchiotto» e ne respingeva la pubblicazione «nell’assoluta impossibilità di prendere impegni o fare promesse, perché il programma dei “Gettoni” è ormai chiuso per almeno quattro anni». Fuori dalle scelte editoriali di Einaudi, e poi di Mondadori, grazie a Bassani e Feltrinelli il Gattopardo è ancora sulla bocca di tutti. Chi ricorda più il Dottor Zivago di Pasternak o Il tamburo di latta di Grass, capolavori di due Nobel, di quegli anni, toppati da Vittorini? Niente mitizzazioni: Il Gattopardo non è un’opera dal valore assoluto, lo sosteneva persino Francesco Orlando, che con Gioacchino Lanza, seguì le conversazioni letterarie di Tomasi, concepite come lezioni solo per loro due amici. Eppure quel romanzo – scritto da un autore appartenente «a una generazione disgraziata, a cavallo tra i vecchi tempi e i nuovi, e che si trova a disagio in tutti e due» – ha delineato un’epoca che tarda a rinsecchire. Il trasformismo gattopardesco, legato alla conservazione di potere e privilegi, si ripropone infatti nelle strategie degli ancora attuali salotti chiusi: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». A ben guardare, però, fuori dalle finestre qualche barlume c’è. Due giovani autori messinesi, hanno scorto una ventina di fuochi nella notte siciliana. Il Canepardo di Alessandra Rando ed Edoardo Lipari rintraccia risorse creative, raccoglie esperienze protese al cambiamento. Il Canepardo, dicono, è antagonista del Gattopardo: non diffonde decadenza ma positività e ottimismo. Se così fosse davvero, Tomasi di Lampedusa accrescerebbe la sua soddisfazione.

Fonte immagine: Tomasi di Lampedusa

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