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Stati d’animo fra arte e letteratura

In Commenti on 25 marzo 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 10 - 16 marzo 2012

È sensibilmente al femminile l’esposizione bibliografica nel foyer del Teatro Vittorio Emanuele. Con finezza e capacità intellettuale, quattro donne esprimono altrettante angolazioni per “leggere” il paesaggio. Leggere, perché la mostra nasce all’interno dalla Biblioteca Regionale Giacomo Longo di Messina e porge al visitatore 874 testi sul tema, da un ricco patrimonio librario. L’aspetto letterario è curato da Sandra Conti, quello fotografico da Maria Teresa Rodriquez, quello pittorico da Franca Campagna, quello cartografico da Corradina Polto. Filo conduttore sono proprio le pagine narrative degli scrittori siciliani che, nell’isola o lontano da essa, al paesaggio hanno dedicato “immagini”, che dai testi letterari posti in bacheca rimbalzano sulle pareti, non come semplici illustrazioni, ma autonome opere artistiche realizzate con pennelli e colori, impresse con scatti istantanei, incise in stampe che rappresentano il territorio storico con belle grafie d’epoca. Sono accompagnati da stralci celebri. Restituiscono atmosfere di straordinario potere, questi passi che nascono dai libri e ai libri esposti rimandano. È un’intesa fra arte e letteratura dall’Ottocento ai nostri giorni, dove su ogni rappresentazione, su ogni scritto, dovremmo soffermarci a lungo per coglierne i dettagli. Così il paesaggio diviene incantevole mezzo di definizione dalla poetica degli stati d’animo: apprensioni, rapimenti, meditazioni. Ma anche uno sguardo rivolto a movimenti e correnti, per rivalutarne l’essenza. Non più genere minore nella cultura figurativa, sperimentazione in fotografia, narrazione scritta o grafica delle realtà sociali più crude. Il paesaggio esplorato in questa mostra permette un processo di feedback tra passato e presente. Dà spazio a nuove percezioni, per provare ad essere reinterpretato oggi, come i nostri migliori artisti hanno saputo fare ieri. A ben considerare, i libri sanno sempre proporsi come materia viva.

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Rendiamo omaggio agli uomini illustri

In Commenti on 19 marzo 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 09 - 09 marzo 2012

La Provincia che intitola la Galleria d’arte moderna e contemporanea al critico d’arte Lucio Barbera. La Giunta municipale che approva le sepolture del libraio Antonino Bonazinga e del giornalista Franco Bonardelli nell’area del Gran Camposanto destinata agli Uomini illustri.  Vivaddio qualcosa cambia a Messina. Si accresce la considerazione verso «l’eccezionale esperienza di alcuni tra i protagonisti dell’età trascorsa ma presente; vivi oltre il tempo loro concesso, in virtù d’intramontabili magisteri esercitati ben al di là dei ruoli specifici». Le parole sono proprio di Bonardelli. Alla sua memoria la libreria Ciofalo ha dedicato il libro “Angeli maestri. Le guide spirituali all’impegno culturale” e rieditato la mostra “Coccodrilli d’autore”, pagine commemorative pubblicate dai quotidiani giunta la notizia della morte di eminenti personalità. Quest’anno, però, l’esposizione cominciava col ricordo commosso del suo curatore.  Solo a febbraio del 2010 Franco mi spediva per posta poche righe ed un foglio di Gazzetta: «Ti invio questa pagina dedicata al mio Maestro, alla quale particolarmente tengo, anche in funzione di riferimento a una ben identificabile e affidabile linea culturale». Si riferiva a Gianfranco Contini, che apprezzava quanto mai. Gli telefonai curioso di sapere quale fosse il fil rouge che vi intravvedeva. Come Contini si districava fra gli “scartafacci” non utilizzati dagli scrittori nella versione ultima dei loro scritti – che tuttavia potevano diventare “organicamente validi” – così in un mio libro che avrebbe dovuto recensire, ma che non ho mai voluto presentare pubblicamente, scorgeva affinità di metodo. Forse nella ricerca dei segni del quotidiano e del marginale, che all’improvviso divengono rivelatori di realtà cui finora pochi hanno prestato attenzione. Valeva la pena di discuterne, di continuare a lavorarci su, provare con modestia a dare un contributo alla ricerca. Ad altri estendo il suo invito.

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Prospettive per una identità

In Commenti on 10 marzo 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 08 - 02 marzo 2012

È un salto a ritroso per i notturni visitatori interessati all’evoluzione urbanistica di Messina. Merito dell’esposizione realizzata dalla Soprintendenza per i beni culturali e ambientali: 60 disegni e 50 documenti inediti, datati tra 1911 e 1935. Gli specialisti dell’U.O. 2, diretti dall’architetto Mirella Vinci, hanno saputo restituire il senso della cultura del recupero, ma non solo perché si occupano giornalmente di archivio storico, biblioteche, identità siciliana. Principalmente perché hanno contribuito a far meglio risaltare la necessità di ritrovare l’identità architettonica di Messina, basandola sui documenti d’archivio piuttosto che sulle opinioni. Non la città perduta è stata messa in mostra, ma quella della Rinascita che prese avvio il 31 dicembre 1911, quando con R. Decreto fu approvato il piano regolatore per la ricostruzione. Esattamente cento anni fa di questi giorni. Fra difficoltà d’indirizzo politico, economico, tecnico, occorreva riedificare il tessuto edilizio annullato e recuperare altresì il patrimonio artistico scampato al sisma. Ma come realizzare le nuove costruzioni in prossimità di edifici monumentali? Si evidenziava così il concetto di tutela indiretta, di contesto urbano, orientando la sensibilità dei progettisti e della committenza privata. Le direttive dei soprintendenti, prima Antonio Salinas poi Francesco Valenti, sollecitavano linee sobrie, semplici, per rispettare la “nobiltà dell’antico” senza idealizzare “gli antichi stili”. Si legge ciò, fra cancellazioni e ripensamenti, nelle lettere e nelle relazioni. Si ammira negli ornati eclettici degli alzati insistenti sulla scacchiera geometrica del piano Borzì. Prospettive, distacchi, allineamenti, apparati decorativi, cromie. Molteplici le fonti ispiratrici: ora il “barocco settecentesco” come per l’is. 318 di Gino Peressutti, ora l’arte medievaleggiante reinventata da Gino Coppedè come per l’is. 314 di Pietro Interdonato. A ben vedere, Messina sa ancora raccontarsi e sorprendere.

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Rendere speciale l’esperienza

In Commenti on 3 marzo 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 07 - 24 febbraio 2012

Anche quest’anno, ineludibile, torna la notte della cultura. Senza un pur minimo scostamento rispetto alle edizioni precedenti, se non per l’incremento delle iniziative. Segno inequivocabile che gli aderenti hanno bisogno di visibilità. Escludendo gli enti istituzionali, si tratta di un’infinità di associazioni culturali e musicali, artisti singoli o in gruppo, scuole, parrocchie, circoscrizioni, librerie, service club, privati cittadini. Con un target di ben cinquantamila persone a spasso, si potrebbe pensare ad un più fruttuoso ritorno. Perché, per dirla con Giovenale, il popolo «due cose sole ansiosamente desidera, pane e giochi da circo». Ma qui di pane non si parla proprio. Occorrerebbe, al contrario, un programma istituzionale capace d’incidere realmente sullo sviluppo della città. Raccogliere informazioni di tipo statistico, sociologico, culturale sui partecipanti: capire cosa vedono e quanto vi si soffermano.  Il coinvolgimento delle diverse generazioni (dove la componente principale è quella giovanile) dovrebbe indirizzarsi ad un’opera di valorizzazione identitaria del territorio. Tale finalità permetterebbe di ampliare la responsabilità individuale nei riguardi del patrimonio comune. Un orientamento di tipo sociale, dunque, per una acquisizione di logiche mature. Ottenere questo per il futuro sarebbe auspicabile, varando non la solita kermesse, ma un programma produttivo nei tempi e nei contenuti. Immaginiamo le centocinquanta manifestazioni, presentate nella notte gelida di febbraio, pienamente fruite nel corso dell’intero 2012, attivandone suppergiù una ogni due giorni. Messina si troverebbe a pullulare di proposte culturali, capaci di migliorare non solo la preparazione del pubblico, ma anche la creatività imprenditoriale dell’offerta. Attività “free” per un calar del sole ed occasioni redditizie per il resto dell’anno. Sarebbe rendere più speciale l’esperienza di tutti. Ma servirebbe un più profondo respiro. E per questo è davvero notte fonda.

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A ciascuno i meriti suoi

In Commenti on 24 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 06 - 17 febbraio 2012

Può un libro fendere, come un raggio di sole, una uggiosa mattinata d’inverno? Fa parte di una serie di monografie dedicate da Hachette ai Maestri dell’Architettura. Il volume riassume l’opera di Eduardo Elisio Machado Souto de Moura. A marzo del 2011 è stato insignito del Prikter Prize, come dire il Nobel per l’architettura. Eravamo “ragazzi” quando ci siamo conosciuti. Timido e riservato, pronunciava il suo nome tutto d’un fiato. Ci volle un po’ perché riuscissi a ripeterlo con proprietà di linguaggio. Trepidamente si meravigliò che il già famoso Mario Botta, nel salutarlo, si rammentasse di lui, avendolo incontrato con Alvaro Siza Vieira. Insieme a Vittorio Gregotti, tutt’e quattro, mettemmo a punto la traccia degli interventi prima d’iniziare uno dei molteplici dibattiti sull’Isolato di Messina. Un workshop di progettazione e confronto, memorabilmente organizzato da Officina 1892. Personalità internazionali e giovani architetti locali vissero insieme giorni e notti fonde, per studiare, analizzare, proporre idee, immaginando Messina completamente diversa. Una entusiastica settimana del 1985 che non si è mai più ripetuta. Con Eduardo condividevo idee ed età. Ci siamo attardati ore a parlare fitto di architettura: quella di “cartone” dei postmoderni e quella nostra di “pietra”, della città stratificata dalla storia. Lui si riferiva a Porto, io a Messina, ma i discorsi s’intessevano perfettamente. Già allora parlavamo della “scuola di Oporto”, oggi Eduardo è uno dei suoi maestri. Il libro che ho tra le mani cita una sua frase e mi pare di sentirlo: «Per me l’architettura è un problema globale. Non c’è architettura ecologica, nessuna architettura intelligente o sostenibile, c’è solo buona architettura». Modestia, finezza d’animo, forza di persuasione, che evidentemente qualcuno è riuscito a comprendere e rilanciare. Qui da noi molti si fanno impressionare da chi millanta i crediti della sfacciataggine.

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La storia del presente e del futuro

In Commenti on 17 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 05 - 10 febbraio 2012

Non è una recensione, impossibile in questo spazio telegrafico di commento, ma un omaggio all’impegno profuso da Caterina Ciolino nella cura di un vero e proprio trattato su «Frammenti e memorie dell’Ordine di Malta nel Valdemone». L’orditura delicata con la quale ha raccolto e riproposto una storia oggettuale potrebbe forse sintetizzarsi con l’immagine di quel damasco verde che le ha fatto pulsare il cuore, come spesso accade agli studiosi dinanzi ad imprevedibili scoperte. Emozioni che si scorgono nelle schede analitiche dei 47 autori che compongono il volume. Naturalmente non solo di tessuti si tratta, ma di circa duecento opere della cultura isolana, fra pitture, sculture, manufatti decorativi, che mettono in luce l’attività dell’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme nell’arco di nove secoli di storia. Politica, religione, operosità benefica e caritatevole a tutela della fede e rispetto dei poveri (Tuitio Fidei et Obsequium Pauperum) riflessi dagli oggetti dell’arte melitense in Sicilia. È la riscoperta di un contesto colto, a lungo trascurato, affinché la definizione del passato non presenti ancora lacune. Nel Valdemone, ma non solo. Perché, a ben guardare, questa lettura minuziosa della realtà storica permette di rivendicare proprio l’unitarietà culturale delle tre Valli siciliane. Lo ha evidenziato incisivamente Gesualdo Campo. Addirittura consentirebbe di ridisegnare in modo più consono il futuro assetto amministrativo dell’Isola. Perché se  le province regionali saranno abolite, occorrerà immaginare una nuova e più appropriata ripartizione territoriale. La memoria insegna che le tracce geografiche delineate dai tre grandi percorsi fluviali – Salso, Imera, Simeto – segnavano i confini della Valle di Noto, di Mazara, e della nostra ubertosa Valle Nemorum. Oggi, come già i nostri predecessori, ci troveremmo a dover connotare in modo significativo la storia del presente e quella del futuro.

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Democrazia è interazione

In Commenti on 10 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 04 - 03 febbraio 2012

Lo spunto offerto da Oikos sulla democrazia della partecipazione permette di riflettere riguardo agli strumenti con i quali potenziare le carenze della democrazia rappresentativa, piuttosto che rimpiazzarla. Jean-Jacques Rousseau nel «Contratto sociale», criticando la democrazia indiretta dell’epoca, evidenziava che il popolo non dovrebbe mai smettere di esercitare il suo potere, ma continuare a governare attraverso coloro che ha delegato a rappresentarlo. Questa idea é uno dei fondamenti dell’odierna concezione di democrazia, giacché oltre alla rappresentanza politica non può mancare la diretta partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini. Il nodo cruciale da sciogliere è tuttavia il coinvolgimento della cittadinanza ai momenti di confronto democratico. In teoria, infatti, le pratiche partecipative si rivolgono senza distinzioni a tutta la cittadinanza, ma in realtà solo una esigua minoranza è disponibile al pubblico dibattito. Quando la Sede istituzionale si apre, i più si dimostrano restii a varcarne la soglia. Cosicché la parola rimane ai militanti dei partiti, agli attivisti dei movimenti, agli appartenenti alle reti amicali. Si autoescludono molti professionisti serrati in studio, la maggioranza delle donne occupate in famiglia, e la maggior parte dei giovani che differentemente impiega il tempo libero. Per questo, nell’ambito dei processi decisionali di governo del territorio, occorrerebbero azioni mirate di coinvolgimento. Così da offrire migliori occasioni per discutere, in modo equilibrato e propositivo, le poliedriche posizioni presenti nella società. Sarebbe necessario incentivare una comunicazione caratterizzata da processi di feedback. Vale a dire, istituire canali non solo informativi, ma anche di ascolto. Una interazione permanente – e non occasionale – è certamente una soluzione percorribile.  Palazzi con porte e finestre, ma soprattutto con pareti trasparenti.

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Dare senso alla città del Novecento

In Commenti on 5 febbraio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 03 - 27 gennaio 2012

È promettente “Officina delle idee”, risoluta a rimarcare il valore della città ricostruita col Piano Borzì, quale manifestazione di coscienza diffusa e condivisa. Ed è altrettanto incoraggiante l’Ordine degli architetti, impegnato in un programma per sensibilizzare gli studenti di alcune scuole superiori di Messina sul concetto di conservazione, partendo dalla Galleria Vittorio Emanuele III come uno dei monumenti più rappresentativi del Novecento. Soltanto a giugno del 2005 questo centrale punto d’incontro e relazione è stato restituito a nuova vita. Oggi sembra che l’intervento di restauro non sia mai avvenuto. Tre anni di lavori filologici hanno dimostrato che, nella città delle incompiute, è possibile portare a termine le opere intraprese. La ragione sta in un progetto veramente partecipato: grazie all’impegno del Comune, ad innumerevoli dibattiti pubblici, alle campagne d’informazione, alla piena disponibilità della proprietà privata. Tutto, per il recupero della memoria civica. Nondimeno l’amministrazione comunale di questi ultimi anni non ha saputo gestire il vantaggio di possedere un prestigioso “salotto urbano”, favorendo la vitalità dei locali pubblici interni. Le cancellate di chiusura dovevano garantire la salvaguardia dal vandalismo degli sconsiderati. Ma non si è provveduto ad una adeguata sorveglianza diurna e notturna dei luoghi; a perseguire ogni illecita devastazione; né ad attuare un conveniente piano di ordinaria manutenzione. Eppure è un obbligo di legge, poiché il Palazzo della Galleria – e non solo lo spazio vetrato di attraversamento – è sottoposto a vincolo di tutela per le valenze plastico-decorative che lo caratterizzano sia all’interno che all’esterno. Lo dimostra la recente presenza di Patrice de Moncan, autore di pubblicazioni sui “passages couverts” in Europa. Allora, volendo parafrasare il titolo di un suo libro, chiediamo: «A chi appartiene Messina?».

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Biblioteche. Come andar di notte

In Commenti on 29 gennaio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 02 - 20 gennaio 2012

La nostra memoria storica è stata messa in cantina esattamente in coincidenza col centenario del terremoto. Ho provato a fare notare all’amministrazione del tempo che forse occorreva trovare una soluzione diversa, ma le elezioni a giugno del 2008 hanno mutato il panorama politico. Così non solo le biblioteche – 80mila testi della Cannizzaro e dell’Archivio storico – ma persino i bibliotecari sono stati relegati per anni in un seminterrato, con afrore di muffa che si avvertiva già dalla strada. Quando il caso è affiorato nelle cronache giornalistiche , a rilento si è provveduto a traslocare persone e patrimonio librario nella nuova sede del Palantonello. Ma senza alcun progetto preventivo. Nel Beaubourg cittadino sarebbe stato invece lecito applicare un inedito modello di gestione. Varando, per esempio, un polo bibliotecario al passo coi tempi. All’estero la Public Library va trasformandosi in Community Center, perché, oltre a dispensare cultura, tende ad offrire servizi sociali. Ciò equivale a modulare nuove soluzioni riguardanti offerta, spazi, attrezzature. In queste biblioteche comunali si possono consultare testi cartacei, ma anche digitali. I non vedenti ascoltano audiolibri. I ragazzi scoprono le lingue del mondo, godono di tanta musica, guardano film e documentari. Visto che la società multietnica è in espansione, c’è chi segue i programmi satellitari del proprio paese. Gli anziani trovano informazioni su peculiarità e terapie attinenti alle proprie patologie. Nell’area multimediale i giovani navigano gratuitamente in rete, socializzano con la playstation, compongono brani musicali utilizzando software elettronici come in uno studio di registrazione. Qualche esempio recente di questa evoluzione? Provate ad informarvi sulle biblioteche pubbliche di Livermore o di Amsterdam, o sul DOK Concept Centre di Delft… In fatto di cultura (e non solo), qui da noi, è notte tutto l’anno.

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Ognuno poi s’astenga dal mangiare…

In Commenti on 20 gennaio 2012 by Sergio Bertolami

Pubblicato su Centonove n. 01 - 13 gennaio 2012

Questo sarà un anno di magro. Dovremo adattarci a pratiche di continenza ed aspirare a levità claustrali: leggerezza del corpo per librare alto lo spirito. Colgo, perciò, dalla Regola di S. Benedetto il nono punto sulla misura del cibo: «Come dice Nostro Signore:”State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano per l’intemperanza”». Per comprendere la morigeratezza di tanti predicatori basterebbe astenersi… dal crederci. Una “tranche de vie” emerge evidente a sgarbugliare le carte dei padri cassinesi di S. Nicolò l’Arena. Conservate nell’Archivio di Stato di Catania, documentano la cultura alimentare di alcune corporazioni religiose. La cucina dei Benedettini di S. Nicolò era proverbiale. Anziché gli usuali cinque piatti giornalieri, durante i pranzi delle solennità ben sette differenti portate bandivano la tavola. Il menù del primo dell’anno 1785 fu proprio di magro (come quello degli italiani quest’anno di crisi). Cadendo di sabato giorno d’astinenza, per volontaria rinuncia fu del tutto esclusa la carne. Il pasto si aprì con gamberi e pesce spada. Seguirono una minestra di pasta con pesce e per secondo merluzzi e pesce luna, che i cuochi del convento cucinavano come pochi monsù. Una delicata salsa di erbette ed alici condiva le pietanze. Ogni frate per monastica consuetudine «mangiava come se non mangiasse, beveva come se non bevesse», mentre il Lettore settimanario dal suo pulpito biascicava la Regola. Per “Quarta cosa” fu servito cavolo bastardo arricchito da tonnina, cioè filetti di tonno messi in salamoia e poi essiccati al sole. Per “Quinta cosa” due uova a testa. Per concludere Dolce di crema, verosimilmente un bianco mangiare, e le deliziose mele coltivate nell’orto. A fine pasto la “Foglia”, secondo l’uso di sgranocchiare ortaggi crudi per pulire i denti e facilitare la digestione. Visto? Mangiamo la foglia ed intendiamo anche noi il significato di siffatta temperanza, ne avremo bisogno.

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